Via Fontana

Porta alla “Cannaletta”, una vecchia fontana, immediatamente dopo l’abitato. All’inizio della strada c’era una fontana pubblica che anni fa fu rimossa: la penuria d’acqua e la conseguente turnazione, nell’erogazione del prezioso liquido, hanno indotto le autorità comunali a chiudere alcune fontane pubbliche. Al primo numero civico, a destra, vi era il mulino a “fuoco” (elettrico) di Domenico Cannizzaro. Nel passato, Via Fontana era molto movimentata. Al piano terra del Palazzo Chillà, sino agli anni ‘40, era sistemato l’ufficio postale del quale era direttore don Roberto Chillà. Nel tardo pomeriggio, in particolare nel periodo di guerra, la strada pullulava di gente che attendeva l’uscita del postino, il sig. Raffaele Stranieri, una simpaticissima persona. Era un’attesa snervante: dall’interno dell’ufficio arrivavano le secche battute del timbro postale che annullava la corrispondenza in arrivo. Ci si rincuorava quando le battute erano innumerevoli: segno evidente che con la corriera era arrivata molta corrispondenza e ciascuno aveva un motivo in più per sperare. Si ingannava l’attesa, seduti ai gradini esterni delle case, parlottando di tutto, perfino di “alta strategia politica”. All’interno delle abitazioni, dalla strada, arrivava “il cutuleo” (Grecismo, da cotillo, chiacchierare) e sembrava che fuori vi fossero tanti sciami di api. Dalla svolta, arrivavano i sonanti colpi del martello sull’incudine: per più di un secolo, nella “forgia”, il martello battè sull’incudine, il mantice ravvivò il fuoco perché il ferro si piegasse alla volontà del fabbro. La famiglia Palaia, per generazioni, prima il nonno dopo il figlio e dopo ancora i nipoti, si avvicendarono in quella bottega sino a quando i moderni ritrovati della tecnica non li costrinsero a guadagnarsi il pane per le vie infinite del mondo. Quello del fabbro era un mestiere redditizio e i clienti non mancavano; i contadini si rivolgevano per i loro attrezzi di lavoro; i mulattieri, gli asinai perché fossero ferrati i loro animali; al fabbro si rivolgevano il muratore, il falegname. Nella bottega del fabbro si lavorava sin dalla mattina presto; era la sveglia per buona parte del paese! La mattina. Via Fontana, era invasa da nugoli di ragazzi, al suono “do signu”. Oggi gli scolari si recano a scuola al suono della sirena, allora suonava la campana più piccola della Chiesa Matrice. Nella casa di Raffaele Palaia funzionavano alcune classi della scuola elementare (anni ‘30). Nel Palazzo Cimino, ora di proprietà dei coniugi Olivadese-Vonella, si avvicendarono due notai: Giuseppe Cimino nato il 05 agosto 1842, morto il 13 gennaio 1917 e il figlio Luigi nato il 31 luglio 1879, morto il 05 settembre 1963. Nella parte terminale della strada vi era il bastaio, Rocco Riccio: il suo laboratorio era sempre affollato e cercava di servire, accontentare tutti. Vi erano pure i sarti e barbieri che rattoppavano e rivoltavano vestiti e la domenica si dedicavano alle “barbe”: da “pendino” (dalle Carruse e da Cannalelli) saliva quel popolo laborioso per la Messa e prima di andarvi, tutti, passavano dal barbiere; si accalcavano nella strada e ciascuno attendeva il suo turno: erano abbonati di anno in anno e pagavano in natura, “nu quartu de paniculu” (la quarta parte del tomolo. Paniculu (granturco), francesismo, da panicule). Vi erano i calzolai e pure essi per lo più rattoppavano, di rado facevano scarpe; le ricamatrici, le sarte che cucivano “iuppuni a scodda quatra” (tipiche camicette delle nostre contadine di un tempo, francesismo, da jupon, sottana e per estensione camicetta); il ticchettio dei telai rendeva ancora vivace l’ambiente. Fu chiamata Via Fontana perché porta alla Cannaletta, dove una volta da tutto il paese si andava ad attingere acqua ed a lavare il bucato. Il paese non era ancora dotato di acquedotto pubblico. Per la strada, nei vari momenti della giornata, passavano gruppi variopinti: uomini e donne, giovani, bambini, anziani ciascuno con un recipiente: una brocca, una bottiglia; chi in testa un barile, chi un cesto con le brocche. Di tanto in tanto si sentiva il fragore di brocche o bottiglie andate in frantumi, i pianti dei bambini perché a casa sapevano che li attendeva un solenne rimprovero, le imprecazioni, i rammarichi degli adulti. Si sentiva un vociare continuo. Andare alla fontana spesso costituiva un diversivo: si andava in comitiva ed era l’occasione per incontrarsi con gli amici. Era, soprattutto per la gioventù, una delle rare occasioni per scambiarsi “occhiate”, sguardi fuggitivi. A sera, schiere di contadini, ritornando dalla campagna, preferivano Via Fontana al Corso, per raggiungere casa. Di tutto questo ora niente! Case fatiscenti, cadenti, quasi tutte disabitate, specialmente quelle situate nei vichi. È una zona, ora invivibile; la gente scappa, va alla ricerca di altri spazi. Anni addietro si era cercato di correre ai ripari adottando la Legge n° 457 ma non se ne fece niente: furono approvati i “Piani di Recupero” ma non si andò oltre, si è rimasti con i progetti nel cassetto. Nello stradario del 1866 non ne viene fatta menzione. La si trova, invece, in alcuni atti dell’Ufficio dello Stato Civile risalenti al 1917. La denominazione ha carattere di toponimo. La strada ha inizio dalla casa dove si trova il “balcone di Pilato” e termina alla località Bragoni o Braconi.